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Soccorsi rapidi grazie al nuovo spiazzo per l’eliambulanza

5 settembre 2017

Articolo pubblicato sul quotidiano Libertà Martedì 5 settembre 2017

Cattaragna, la montagna vuole tornare a vivere

31 ottobre 2015

Articolo pubblicato sul quotidiano Libertà lunedì 26 Ottobre 2015

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Viabilità stradale ripristinata

26 ottobre 2015

E’ stata ripristinata la viabilità stradale per Cattaragna in tutte le direzioni: strada provinciale 586 Val d’Aveto, da bivio Tre Bis a Curletti-Brugneto

Strada per Cattaragna chiusa in entrambe le direzioni per pericolo di cedimenti

23 settembre 2015

In seguito ai sopralluoghi effettuati dagli esperti sono state chiuse nel comune di Ferriere le strade tra Ferriere e Pomarolo, Curletti e Cattaragna, Casaldonato e Caserarso, la strada che conduce da Cattaragna al bivio per la Provinciale di Valdaveto e il ponte di Rompeggio. I divieti sono stati istituiti dal comune in seguito ai danni provocati dall’alluvione del 14 settembre e proseguiranno fino al ripristino delle infrastrutture.

Fonte Libertà: Ferriere, chiuse per pericolo di cedimenti cinque strade comunali

Passaggio di testimone

21 marzo 2013

Un nuovo anno inizia. E’ giusto guardare avanti: la quotidianità che ci aspetta ogni mattina, nuovi progetti a cui pensare, quello che potremo o non potremo fare. Il 2012 è finito da qualche tempo, i bilanci li abbiamo già conclusi e probabilmente abbiamo accantonato i dodici mesi ormai trascorsi, tenendoci qualche immagine ancora fresca per i ricordi di domani. A Cattaragna l’anno si è chiuso con un altro lutto, qualcuno se n’è andato e in questo nuovo anno sarà un altro volto che non rivedremo, e cambierà l’idea di Cattaragna che abbiamo in mente. Perché è vero che un paesino sulle montagne è fatto dalle sue case, dagli angoli che conosciamo, dai suoi boschi, le rocce, da ogni luogo che risveglia in noi i ricordi di una vita: ma soprattutto una piccola comunità è composta da persone, e sono le persone a rendere preziosa la comunità stessa e ad arricchire la sua memoria collettiva.

Pipàna

Pipàna

 Vorrei ricordare Giuseppe Cervini, “Peppino” o “Pipàna” come lo abbiamo sempre chiamato, che se n’è andato (o, come diciamo noi Alpini, “è andato avanti”) nel periodo di Natale. Non vorrei che queste righe fossero un ricordo postumo o un necrologio. Credo che però sia giusto ricordarlo per quello che ha rappresentato per tanti anni, insieme alla moglie Caterina, per tutti noi e non solo.

Fino a un paio di lustri fa, l’osteria è stata il centro del paese, il punto d’incontro per tutti. Parlo dei tempi in cui le nostre madri e le nostre nonne andavano a fare spesa nello spaccio, là dove c’era un po’ di tutto, una disposizione degli articoli in vendita che sicuramente aveva un senso, ma che a me è sempre sfuggito: merce disposta in gran parte sugli scaffali dietro il bancone, qualche pila di roba a terra, come le cassette di frutta o altro, un frigorifero grande e sempre spento, messo lì come una credenza a contenere le stecche delle sigarette; la tapparella abbassata che, anche d’estate in pieno pomeriggio, lasciava la stanza in penombra e al fresco. Poi la bilancia a due piatti con i pesi di metallo, l’affettatrice.
E poi l’osteria, gli stessi ambienti delle foto del matrimonio dei miei genitori nel ’67: il bancone di legno, i tavoli per giocare a carte, quello in fondo, oltre l’angolo della stufa a legna, con la tovaglia di plastica a fiori. Prima o poi racconterò la storia di un pomeriggio di Santo Stefano, un pomeriggio in cui quel tavolo con la tovaglia a fiori è stato assoluto protagonista. Quanti anni abbiamo passato all’osteria, oppure fuori, seduti sul muretto dell’arbio o sui travi! Quando andavamo a Cattaragna dalla città, non eri veramente “arrivato su” se non eri andato a fare un giro all’osteria “a vedere chi c’è”.

E all’osteria c’erano sempre la Caterina e Peppino, che avevano anche l’unico telefono del paese. D’estate, in una cabina talmente ermetica che, se chiudevi bene la porta, avevi una manciata di minuti di autonomia, prima di perdere conoscenza per un principio di soffocamento. Forse era una scelta ponderata, perché le sere d’estate la coda per telefonare era lunga e le chiamate dovevano essere brevi. Nelle altre stagioni, per telefonare andavi in casa al piano di sopra, suonavi il campanello, e di solito era sempre ora di cena. Ma Peppino e la Caterina ti accoglievano sempre con un sorriso, lasciavano il posto a tavola (magari la minestra ancora calda) e ti facevano chiamare. Poi c’erano i gelati per tutta l’estate, e ai Santi qualcosa da finire dell’ultima fornitura, anche se era necessario sapersi accontentare. Ma allora eravamo ancora capaci. Peppino non aveva il carattere tipico per fare l’oste: diffidente con il forestiero, almeno per il primo o il secondo incontro, a volte di poche parole, spesso molto pratico ed essenziale. Ovviamente tutto il contrario della Caterina, in una legge non scritta di compensazione che evidentemente funziona sempre. Forse era proprio questo suo modo di essere a caratterizzare meglio il personaggio, perché se fai l’oste sei un personaggio pubblico a tutti gli effetti. E questo suo modo di fare, le battute spesso inconsapevoli, hanno generato una serie di aneddoti che hanno accompagnato le serate di quelli della mia generazione fino ad oggi, e credo che ce li racconteremo divertiti anche in futuro.

Ecco, nel mezzo di un dolore così grande come il distacco, penso ci sia consolazione nell’idea che un nostro congiunto sia ricordato con un sorriso anche negli anni a venire. Certo, d’ora in avanti ci sarà una punta di malinconia, in fondo ai nostri racconti o alle imitazioni dei momenti più divertenti che abbiamo vissuto, o che riportiamo da racconti di altri. Però non sarà una presa in giro irrispettosa: sarà un modo per tornare a quei momenti, a un divertimento puro e innocente, a un passato che ci teniamo nel cuore perché accende il ricordo dei nostri anni più belli. Personalmente, di Peppino mi tengo anche qualche sguardo rubato degli ultimi anni, un gesto di delicatezza rivolto a uno dei suoi piccoli e adorati pronipoti: quando quelle “manone” adatte più per “‘u piccu”, il piccone, oppure “pr’u sighirein”, per l’ascia, o per “‘a sàppa”, la zappa, per qualche istante sono diventate piuma, per distribuire delicatezza e affetto.

Quando l’osteria ha chiuso, ormai una decina d’anni fa, onestamente pensavo fosse il segno di un declino irreversibile per Cattaragna. Ricordo una notte di San Silvestro, proprio a mezzanotte, con la neve fresca per la strada. Eletta ed io, allora fidanzati, con la bottiglia di spumante appena stappata e i bicchieri, attraversavamo il paese gridando “buon anno!” e non c’era nessuno, e le uniche orme sulla neve erano le nostre.

Poi è successo qualcosa, qualcuno ha avuto la voglia e il coraggio di “mettersi in moto”, e oggi ho il privilegio di raccontarvi che cosa facciamo al circolo, come è bello avere un posto dove ritrovarci, il fatto che “non sei veramente arrivato a Cattaragna se non vai a fare un giro al circolo a vedere chi c’è.” Negli anni tra il 1928 e il 1930 circa, quando erano in costruzione la diga di Boschi e la centrale di Ruffinati, di osterie in paese ce n’erano addirittura tre, sembra impossibile anche solo a raccontarlo; settant’anni dopo abbiamo appreso con tristezza la notizia che l’ultima avrebbe chiuso; oggi ci affacciamo sull’anno appena iniziato pensando alle attività dell’estate al circolo, alla marcia dedicata a Giancarlo, un altro amico che, insieme a Ricchëin e Peppino, l’anno scorso ci ha salutato per l’ultima volta.

Tutti ci lasciano un’eredità, che possiamo scegliere di accettare o rifiutare: portare avanti la vita del paese, che è fatta dalle esistenze di ognuno; trasmettere il ricordo di chi non c’è più a chi è arrivato dopo, a chi non ha vissuto gli anni che abbiamo vissuto noi. Ma questo testimone che, pensando proprio al circolo, ci è stato passato in particolare da Peppino, non deve essere vissuto come un peso o una responsabilità: dev’essere percepito come un dono, un’occasione per arricchirci come individui, esseri umani tra gli esseri umani, nel senso pieno del termine, generando momenti di aggregazione, gioia di stare insieme, far nascere la voglia e il coraggio di andare avanti in quelli che verranno dopo di noi.

Nel nostro paese. A Cattaragna.

Maurizio Caldini

[Pubblicato su Montagna Nostra nr. 1 / 2013]

Dall’Alaska a Cattaragna, alla scoperta delle proprie origini

4 novembre 2012

Sono le tue radici che ti mantengono saldo quando soffia il vento… Anche quest’anno abbiamo avuto il piacere di avere con noi la cugina dall’America. Diane Calamari, discendente della famiglia Calamari di Cattaragna, ha raggiunto il nostro borgo a conclusione di un’escursione durata circa 25 giorni. Rientrata in Alaska, dove vive con il marito Brian, ci ha inviato il suo diario di viaggio…

“Lo scorso inverno, mia sorella Judy a San Francisco trovò per caso, in una vecchia scatola, un piccolo incarto contenente una vecchia foto che ritraeva piccolo paese di montagna. L’emozione fu grande, anche se fu solo una conferma di quanto avevamo già scoperto l’anno prima. Dopo anni di ricerche, mia sorella e mia nipote erano riuscite infatti a risalire alle origini del capostipite della nostra famiglia: il bisnonno Isidoro, nato a Cattaragna e da lì partito per l’America nella metà del 1800.

Calamar family at Cattaragna in October 2011

Calamar family at Cattaragna in October 2011

Così, in occasione di un viaggio in Italia nell’ottobre di quell’anno, accompagnata da Luciano e Loretta Garbi, ebbi l’occasione di visitare il paese e di avere contatti con alcuni discendenti della famiglia Calamari (a proposito, questo è il mio cognome originale, la “i” finale venne strategicamente tolta nel dopoguerra, quando molti italiani resero più “ americano” il proprio cognome: a quel tempo, infatti, le origini italiane non erano cosa di cui vantarsi negli Stati Uniti).

E fu proprio in occasione di quel viaggio nel 2010 che venni a conoscenza della Via Francigena e della Via degli Abati, percorsi appenninici utilizzati dai monaci che si recavano in pellegrinaggio a Roma nel medioevo. Amo molto camminare e iniziò così a frullarmi nella testa l’idea di raggiungere Cattaragna… A piedi! Avevo voglia di conoscere la terra dei miei antenati, non attraversandola in treno o con altri mezzi, ma incontrando persone, sentendo il vento sul mio viso e affrontando salite e discese dei boschi e delle montagne. Non avevo mai percorso un tragitto così lungo da sola, e avevo una gran voglia di mettermi alla prova… Evidentemente il mio imminente sessantesimo compleanno mi diede quella scossa necessaria a far sì che potessi indirizzare le energie per la realizzazione del mio sogno…”

Diane trascorre così l’inverno scorso a pianificare il suo viaggio, in totale circa 600 km di percorso lungo l’appennino tosco-emiliano. Partita da Sansepolcro (AR) lo scorso 25 agosto (in piena calura estiva, lo ricordate?), affronta temporali, fulmini, venti e bruschi sbalzi termici, che però non interrompono il suo passo energico e allenato. Unico compagno di viaggio, il suo inseparabile zaino contenente un sacco a pelo, un tappetino da campeggio, un impermeabile, un cambio completo, due litri d’acqua e un po’ di cibo, per un totale di 12 kg sulla spalle. Unica concessione tecnologica: un tablet (rivelatosi spesso inutile poiché, ahimè, la rete internet sugli appennini non è così efficiente…).

“In Alaska, dove vivo, mi capita spesso di percorrere lunghe distanze in luoghi selvaggi e una delle cose che ho imparato è che bisogna vivere “alla giornata”. Ho certamente dovuto farlo durante il mio cammino verso Cattaragna e non mi sono mai preoccupata di ciò che mi sarebbe potuto accadere il giorno dopo. Ogni sera guardavo la mia mappa per scoprire il percorso per il giorno seguente… La mia vita diventò ben presto una semplice sequenza di passi, uno dopo l’altro, e la mia mente era concentrata solo su questo. Ero stupita di come fosse facile lasciarmi alle spalle l’altra vita e rilassarmi al ritmo naturale di ogni giorno.”

Diane sugli appennini

Diane sugli appennini

Percorrendo una media di 25 km al giorno, fermandosi solo all’imbrunire per dormire in rifugi o in ostelli (raramente Bed & Breakfast, spesso nella sua tenda), Diane giunge a Pontremoli a metà settembre e da lì intraprende la Via degli Abati, con una diversione a Bardi per raggiungere finalmente Cattaragna… “Dopo una rinfrancante sosta a Coletta e una deliziosa cena all’Osteria di Bosconure, finalmente la mattina di domenica 23 settembre raggiunsi Ferriere, da dove telefonai a mia cugina Elena che con mia grande gioia era già a Cattaragna ad aspettarmi… Potevo finalmente pensare di avercela fatta! Ero così eccitata dal fatto che avrei raggiunto la mia meta che ripresi immediatamente il mio cammino… Casaldonato, Caserarso, il Mercatello e poi giù a Costa e Curletti. Percorrevo i sentieri che Isidoro Calamari e Luigia Casella, i miei bisnonni, avevano percorso tanti anni prima. Ho provato una pura e autentica gioia a camminare sulle stesse strade e finalmente scorgere, oltre il costone, Cattaragna in lontananza. Mi sentivo anche molto fortunata al pensiero di avere amici e familiari che mi aspettavano.

Arrivo Diane

Arrivo Diane

Ero ormai a poche curve dal paese quando Elena, sua figlia Lucia e Angela mi hanno raggiunto. E tra abbracci, baci e lacrime, abbiamo raggiunto il paese. Ho trascorso tre giorni a Cattaragna, nella casa a suo tempo abitata dalla famiglia detta “Boschi”, la casata da cui proveniva il mio bisnonno. Le cattive condizioni meteorologiche di quei giorni mi hanno permesso di riposare, di apprezzare gli ottimi piatti cucinati da Paolina, da Angela e Alfredo. Seduta sotto il portico del circolo di Cattaragna, il mio pensiero andava spesso agli emigranti, è difficile immaginare di lasciare il proprio paese per affrontare l’ignoto… La curiosità spingeva certamente i giovani a lasciare la propria terra, ma come doveva essere dura per i genitori veder partire i propri figli che spesso non rivedevano più… Chissà quante volte Isidoro avrà guardato con nostalgia la foto del suo paese natale… È stata per me emozionante anche la visita del piccolo paese di Boschi, da dove partì nel 1790 il capostipite della famiglia Calamari (da qui il soprannome della famiglia, n.d.r.) per trasferirsi a Cattaragna ad occuparsi delle terre della moglie. Per me, cresciuta nel cuore dell’America senza una vera storia familiare, vedere in quei piccoli cimiteri i ritratti delle persone che probabilmente hanno vissuto insieme ai miei antenati è stata un’autentica emozione!”.

Diane a Cattaragna 1

Diane a Cattaragna

Dopo una tappa a Coli e Bobbio, Diane ha trascorso qualche giorno ancora a Cattaragna dove, in occasione della Festa della Madonna del Rosario, tutta la comunità riunita nel nostro circolo ha potuto salutarla e augurarle buon viaggio.  “Non sono mai stata brava a salutare, ma questa volta è stata più dura che mai.” Claudio Gallini di Coletta, Carmen ed Emanuela dell’Osteria di Bosconure, Ornella Calamari di Boschi, sono solo alcune delle persone che Diane cita nel suo diario di viaggio… “Ho portato con me in Alaska tutti i volti e i nomi delle persone che ho incontrato lungo il cammino, anche persone sconosciute che ho incrociato, che mi hanno indicato la strada o con cui ho conversato piacevolmente, anche solo per poche ore. E, naturalmente, non posso dimenticare i tanti amici ritrovati a Cattaragna, mi è impossibile citarli tutti.”

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Ciao Diane a presto!

Il ricordo del profumo della pasta di castagne preparata da Gino ed Alfredo e il calore della nostra gente riscalderà il lungo inverno di Diane in Alaska? Noi pensiamo di sì, così come ci auguriamo che Diane abbia portato con sé la piacevole e rassicurante sensazione che in qualsiasi momento lo desideri, possa tornare a sentirsi come a casa, nel nostro piccolo angolo di appennino da cui partì il giovane Isidoro, 150 anni fa…

Ciao Diane e arrivederci al prossimo anno!

[Pubblicato su Montagna Nostra nr. 4 / 2012]

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