Ricordi


Ricordi di Natale a Cattaragna

25 dicembre 2014

L’anno scorso, per l’ultimo numero di Montagna Nostra, quello che esce prima di Natale, avevo scritto un articolo intitolato “Ricordi di Natale a Cattaragna”. Era un breve riassunto dei ricordi, di genitori, familiari e amici, di quanto succedeva a Cattaragna la vigilia di Natale di tanti anni fa. L’intento di quelle mie poche righe era di trasferirli a mia volta ai lettori. Mai avrei sperato in tanta fortuna, cioè di risvegliare un ricordo in qualcuno di noi che la vita di quegli anni l’aveva vissuta veramente, e fargli venire voglia di condividerlo.
La nostra Fiorina Fazari (la Fiò o Fiurinna, come la chiamiamo noi, classe 1928) ha voluto scrivermi una lettera, stimolata proprio da quel racconto, per offrirmi la sua testimonianza diretta, per aggiungere altri preziosi dettagli e rendere il racconto enormemente più interessante e toccante. Ancora più toccante perché indirettamente ci ricorda la sorella Caterina (“Catòn”) che se n’è andata solo poche settimane fa, di sicuro con il conforto della fede che l’ha sempre accompagnata e sostenuta negli anni.
Ho conservato questa lettera, che la Fiò mi ha dato l’estate scorsa, proprio per inserirla in questo numero. Io ho avuto la straordinaria fortuna di sentirla letta da lei, se si potesse avere un cd come inserto a questo numero del giornale… Vi assicuro che è stata un’esperienza impagabile, soprattutto per i commenti inseriti durante la lettura e che purtroppo non sono presenti qui. Una lettura che ci ha fatto ridere e piangere, come dovrebbe essere per tutti i ricordi preziosi, quelli che regalano emozioni vere ed intense.
Provo a regalarle anche a chi di voi vorrà dedicare qualche minuto a queste righe, unendomi agli auguri di Fiorina di un felice Natale e, aggiungo, di ogni bene a tutti per il nuovo anno che arriva.

 

Caro Mauri, l’ultimo giornalino di Montagna Nostra (4/2013, ndr) è stato un susseguirsi di cose realmente accadute, i bei ricordi di tempi lontani, gli anni della mia e della nostra infanzia: quella della mia generazione, date le tante primavere (come si suol dire). Ma forse è meglio, anziché “primavere”, chiamarle “i tanti inverni”, o meglio “i tanti giorni di Natale” passati: i ricordi di Natale a Cattaragna, come tu hai descritto sul bollettino, ricordi che i tuoi genitori ti hanno raccontato, vissuti in un periodo più recente rispetto al mio, data la loro più giovane età, ma comunque vissuti in un’epoca molto vicina alla mia.
Caro Mauri, la mia infanzia, o meglio la nostra infanzia perché eravamo in tre sorelle… Come aspettavamo il Natale! Natale si aspettava tutti uguali, non c’erano distinzioni di “lord” ricchi: eravamo tutti uguali, mangiavamo tutti le stesse cose, al mattino la polenta di castagne, alla sera la minestra che non era neanche tanto di sguassu, che vuol dire neanche “tanto abbastanza”, ma ci accontentavamo di quello che ci davano, perché non c’era altro; aggiungevano anche un po’ di pane, e formaggio, poco.
A Natale aspettavamo la sera, quando alle undici iniziava a suonare “u prummu”, “u scicondu”, “u tersu” e “i reciammi” (il primo, il secondo, il terzo e i richiami). Tutti quanti andavamo a messa. Solo i gatti rimanevano a casa, vicino alla stufa che il nonno aveva riempito di legna per poterci riscaldare al ritorno. Andavamo per la strada contenti, con un freddo pungente e il cielo quasi stellato. Poi, tutti composti nelle nostre panche, si aspettava l’inizio della messa.
Atmosfera magica: la chiesa tutta al buio, una mano tirava le tende dell’altare aprendole, spuntavano gli uomini in fila, ognuno con una candela accesa in mano. Venivano avanti, iniziando a cantare forte: “È natu sempre virginu, virginu…” e avanzando si allineavano ai lati lasciando spazio al Prete, che arrivava adagio adagio con il Bambin Gesù in braccio e, salendo i gradini dell’altare, lo metteva sopra il tabernacolo. Da questo momento iniziava la funzione, o meglio la messa di mezzanotte. I canti erano tanti: “Tu scendi dalle stelle, “Astro del ciel”… La messa continuava e si cantava tutti insieme. Poi la messa finiva con il bacio a Gesù Bambino, si andava avanti tutti in fila; poi la benedizione, e si tornava a casa.
Ma lo spettacolo più bello era aprendo la porta della chiesa per uscire: con il luccichio delle luci, fuori si vedevano scendere i fiocchi di neve, che quando eravamo andati a messa era ancora sereno. Eravamo contente, andavamo avanti e sguaramu (calpestavamo) tutta la neve senza sentire il freddo: uno spettacolo così, difficilmente lo puoi dimenticare.
E la sera, anzi la notte finiva così. Ma prima di andare a letto, mettevamo la calza sotto la panca, come hai detto tu, Mauri: la calza di lana di pecora, con la speranza di trovare qualcosa dentro; non vedevamo ora che venisse giorno per andare a vedere se il buon Gesù Bambino (detto mamma) avesse messo qualcosa.
Ecco che siamo arrivati al mandarino, Mauri. È proprio vero: un mandarino, poi un pezzetto di torrone e una caramella perché eravamo in tre. Ma ti devo dire che c’erano altre due cose: una noce e un pugnetto di nocciole. Per mettere la noce, la mamma si alzava al mattino presto, una mattina di fine settembre, andava dove c’era la pianta di noce per vedere se la rugiada e l’umidità della notte avessero fatto cadere per terra qualche noce; le raccoglieva e le custodiva per metterle nella calza. Queste sono le cose che si devono apprezzare: anche se la nostra calza era umile l’apprezzavamo, eravamo felici di quello che avevamo.
Il giorno di Natale era un giorno di festa. Al mattino si andava di nuovo a messa, ci vestivamo di quel poco che avevamo, ma con una cosina nuova che portava fortuna: un velo o un foularino da mettere in testa, secondo il nostro borsellino molto scarso. Ma eravamo felici e contenti.
Ti descrivo il nostro pranzo natalizio: a mezzogiorno mia mamma faceva la polenta gialla, e faceva friggere nella ticcia (teglia) dei cotechini di maiale: li tagliava a metà, li apriva e li faceva friggere così. Noi, sedute sulla panca, aspettavamo che fosse pronta. Mia mamma faceva le fette di polenta, e sopra ogni fetta ci metteva questo salamino fritto, poi dava in mano una fetta a tutti, anche al nonno. E il nonno mangiava questa polenta con il gatto sopra una spalla. Il gatto non lo disturbava e lui mangiava tutto storto per lasciare il gatto sulla spalla; ogni tanto gli dava un po’ di polenta, noi non gli dicevamo niente perché a lui piaceva così. Poi la mamma ci dava un grappolino di uva. L’aveva conservata dalla vendemmia di settembre e attaccata ai chiodi di una trave, in una stanza un po’ ritirata, nascosta. L’uva era un po’ appassita, aveva trascorso tre mesi appesa al chiodo. Ma per noi era una cosa buonissima. Dopo l’uva, si mangiava la rimanenza del pezzetto di torrone che avevamo trovato nella calza.
Ecco Mauri, questo era il nostro Natale.
Oggigiorno non si capisce più niente, il mondo è cambiato. Con l’arrivo del duemila è iniziato anche il terzo millennio, la tecnologia moderna ha rivoluzionato il mondo: computer, fax, i telefonini… Gente che cammina per la strada parlando da sola, oppure con un piccolo filino all’orecchio ascolta la musica che le trasmette uno scatolino che tiene in mano, non più grosso di una scatola di fiammiferi. Noi non siamo più capaci di seguire queste tecnologie moderne, il nostro cervello ormai assopito non riesce più a seguirle. Ed è anche giusto che sia così, sennò cosa significherebbe aver raggiunto il terzo millennio?
La mia generazione ormai si sta diradando piano piano, lasciando spazio a voi della nuova generazione e buon proseguimento con le tecniche moderne!
Noi ritorniamo con la nostra semplicità alle nostre tramezze sassose, con le nostre sòcchere (zoccoli) e le calze di lana di pecora nei piedi, con i chiodi sotto, e le borchie. E i chiodi che tenevano la tumèra (striscia di cuoio) per infilare i piedi, quei chiodi che camminando ci battevano nelle caviglie, e il sangue ci scorreva fino ai piedi.

Buon Natale!!

Fiorina Fazari e Maurizio Caldini

Un’assenza di luce

1 novembre 2014

Forse avevo bisogno di una sera a Cattaragna. Forse avevo bisogno di uscire di casa, di passare dalla piazzetta del Canto, dove la strada che attraversa il paese svolta a sinistra e inizia a salire, in un angolo, un canto appunto. Forse avevo bisogno di vedere una luce spenta, o meglio l’assenza di una luce per ricordare. Perché quando sei in città, preso da mille impegni, è troppo facile non pensare, mettere da parte rimandando a un momento di quiete. Forse ci voleva una serata come questa, l’assenza di una luce, qualche parola scambiata con Pierino, per ricordare, per farsi travolgere dalla malinconia e dal dolore ancora troppo fresco per essere sopito, dal dispiacere.

Pippo (Giuseppe Bernardi)

Pippo (Giuseppe Bernardi)

Pippo non c’è più. Peppino per qualcuno, Pippo quasi per tutti. Anche per me. Giuseppe Bernardi solo sui documenti e per gli sconosciuti. Vorrei cercare di non essere banale, mi sembrerebbe di fargli un torto. Però proprio in questo momento che la sento più forte, mi chiedo se ci sia qualcosa di banale o di scontato o di noioso nel sentire semplicemente la mancanza di qualcuno, una mancanza che ti sembra di avere un pugno chiuso al posto del cuore, e preme dentro.
La vita ci ha messo circa un anno a portarlo via, lui che era uomo di Cattaragna e che a Cattaragna aveva messo in conto di starci per tutta la vita. Ci è tornato e adesso è qui, nel cimitero dove oggi, assistiti da un bel sole caldo e dal cielo sereno, abbiamo partecipato alla messa dei 1° novembre, che vale già anche per domani, il giorno dei morti. Proprio lui, che la messa se la sarebbe scansata volentieri, costretto a partecipare, a questa e a quelle che verranno. Ci ho pensato stamattina al cimitero, mi è sembrato un contrappasso troppo crudele. Ho sorriso, immaginando la sua risposta, che sarebbe stata una bestemmia delle sue, accompagnata da una risata delle sue.
Ne sono certo.
Quando se n’è andato ho cominciato, come penso tanti di noi, a ricordare una vita passata insieme a Cattaragna. Poi mi sono accorto che i ricordi si sovrapponevano, si accavallavano, e allora mi sono concentrato sulle volte in cui ci siamo incontrati lontano dal paese, eventi decisamente più rari.
Il più lontano era a Piacenza, tanti anni fa, quando c’era sua madre, la Leviggia, in ospedale. Ricordo che ci eravamo incontrati il Via XXIV maggio e avevamo deciso di fare una passeggiata, per scambiare due parole. Per quelli di noi che conoscono la frequenza dei suoi passi, sarà facile immaginare che il giro intorno alle mura della caserma è stato fatto con un tempo buono per le qualificazioni ai giochi olimpici. Dico solo che quando abbiamo chiuso il perimetro ero sudato. Per fortuna siamo andati avanti a parlare da fermi, così ho rifiatato.
Il secondo ricordo lontano da Cattaragna è una sera a Marsaglia nell’estate dei miei vent’anni o giù di lì. Una sera in cui siamo scesi in macchina con Pierino e Pippo. Un giro di un paio d’ore, non di più, ma una serata che ricordo con grande gioia e affetto.
L’ultimo ricordo risale sempre a quel periodo, a quegli anni, un sabato sera in cui, alla discoteca della Rocca D’Aveto eravamo in tanti, e c’era anche lui a ballare insieme a noi.
Poi gli anni sono passati e i suoi spostamenti fuori dal paese sono stati sempre più rari, fino ad azzerarsi quasi del tutto, per ritornare frequenti purtroppo solo nell’ultimo anno a causa dei problemi di salute. Innumerevoli le occasioni di incontro prima all’osteria e poi al circolo, le partite di calcio viste insieme a casa sua, in una stanza che già a metà del primo tempo si trasformava in una castagnera, ma proprio con gli occhi arrossati che bruciano. So che sto esagerando un po’, lo faccio solo per cercare di trasmettere meno tristezza e qualche sorriso, perché questo credo che si meriti da me.
Per fare un discorso più serio, penso che se ne sia andato un uomo che aveva fatto i conti con la sua solitudine, ne aveva sofferto e molto, e anche certi momenti bui del suo carattere ne erano stati la conseguenza. Ma alla fine l’aveva accettata, senza rassegnazione ma come presa di coscienza.
Cattaragna era la sua casa, la casa in cui trascorrere tutta la vita.
Se si può trovare un lato positivo in una malattia così crudele, e c’è da sforzarsi molto, è che proprio la malattia, e il primo periodo in ospedale l’autunno scorso, gli hanno fatto capire che non era solo come aveva pensato. Quando sono andato a vedere come stava la prima volta, a qualche giorno dall’intervento, mi ha accolto molto sorridente ed energico, e la prima cosa che mi ha detto è stata “A ghé ‘a cua”, c’è la coda. Con grande sorpresa, si era ritrovato ad avere la gente di Cattaragna in corridoio durante gli orari di visita, in tanti che si mettevano in fila per andare a trovarlo.
E non se l’aspettava. Questo non l’aveva messo in conto.
E ne era immensamente felice.
Per la prima volta da quando l’ho conosciuto, che è una vita, ho letto nei suoi occhi uno stupore misto a gioia che da troppo tempo proprio in quei occhi mancava. Ed ero contento anch’io.
Adesso non è che mi manca: non mi sembra vero che non ci sia più.
Ma tornare a Cattaragna è così, devi mettere in conto che la malinconia è in agguato, ti aspetta, dal Canto o in qualche tramezza, e sai che la dovrai affrontare. Ogni volta. Non vedo l’ora che passi del tempo, che i ricordi del lutto perdano i contorni e diventino più radi, che il dolore si attenui fino a sparire, che restino solo i ricordi belli e la malinconia lasci il posto alla nostalgia, e al sorriso. È già successo per altri che portiamo nel cuore.
Adesso è presto, lo so.
Nel caso di Pippo forse ho trovato un rimedio. Ho preso spunto dal giorno del suo funerale (gh’era ‘a cua anche quel giorno lì!), ho preso spunto dal momento in cui è stato ricordato come fervente uomo di chiesa. E ho visto che in tanti, seduti nelle panche o in piedi in fondo, in tanti abbiamo sorriso, inaspettatamente. Non siamo riusciti a trattenerci. Da allora, quando penso a Pippo e sono triste, me lo immagino alle porte del Paradiso, davanti a San Pietro, con il cappello calcato in testa, mentre si guarda intorno, forse non sa dove spegnere la sigaretta. Poi riconosce San Pietro e dice due parole, due parole che solo lui potrebbe permettersi di dire anche in quel momento, due parole che potrebbero sembrare un’imprecazione a una lettura superficiale.
Due parole delle sue, che mi immagino gli saranno concesse con un sorriso di comprensione. Prima di una risata delle sue.
E così la tristezza mi passa, almeno un po’.

Maurizio Caldini

Il risveglio

20 aprile 2014

Cominciamo dalla fine. Da una vallata, nera più della notte nera. Una notte come tante altre. Forse. Gli amici di Costa, Curletti, Salsominore, Orezzoli, Castelcanafurone o di tutti i paesi sull’altro lato dell’Aveto che osservano la valle dalla finestra, al caldo delle proprie case, delle stufe accese. I lampioni sono le uniche luci in terra. Divise in lucenti mucchietti, sparse qua e là su profili di montagne soltanto intuiti, in nero su nero, ricordi dell’intorno alla luce del giorno. I campanili rintoccano la mezzanotte, con lenta regolarità. Dalle parti di Cattaragna si alzano verso il cielo i fuochi d’artificio che scoppiettando illuminano ciò che era buio, intermittenti come lampi e fragorosi come tuoni lontani; continui, incalzanti, festosi. Ciò che sembrava deserto, vuoto e disabitato si anima e diventa festa. E da una fine silenziosa si trasforma in un fragoroso inizio, che illumina e colora, e scalda i cuori.

Questa è stata la notte di Capodanno, per chi l’ha vissuta a Cattaragna, spostandosi dalla città per non mancare, per raggiungere gli amici, per la voglia di stare insieme, partecipando al cenone e distribuendo auguri, e ricevendone in cambio dieci volte in gioia. E nella stessa notte è stata una parentesi sorprendente per tutti i temerari dei paesi vicini, forse allietati e stupiti dallo spettacolo pirotecnico cui hanno assistito, guardando fuori prima di rintanarsi sotto le coperte pesanti e accoglienti.

È stato un inverno strano, sui nostri monti. Strane temperature, tanta pioggia e poca neve (del vento non parlo nemmeno, tanto quello a Cattaragna c’è sempre). E la primavera sembra arrivata in anticipo. Oppure è l’autunno che non è mai finito veramente.

È stato un inverno strano, sui nostri monti. L’anno vecchio ha voluto privarci di due persone che a Cattaragna hanno vissuto tanto, e che sono parte della sua storia, una storia che attraversa i secoli e per fortuna non cancella il nostro personale cammino nei cuori di chi ci ha conosciuto. Nella fugace corsa di una settimana, tra la fine di novembre e i primi giorni di dicembre, se ne sono andati la “Lissìa” (Lucia Briggi in Bernardi) e “Perri” (Pietro Caldini).

L’ultima volta che ho incontrato Perri eravamo alla “castagnera”, andava spesso ad alimentare il fuoco per la mia famiglia mentre noi non c’eravamo, contribuendo al successo della farina di castagne di quest’anno, come anche negli anni passati, quando ci siamo lanciati nell’impresa. Ricordo che, mentre controllava le galline nel pollaio, appoggiato alla sua “cèinda”, la rete di recinzione, aveva citato una frase di suo padre: “A Cattaragna il vento tira quattordici mesi all’anno…” Qualche parola da scambiare, di solito si parla del tempo, un po’ come un saluto, una bella stretta di mano fatta col pensiero.

L’ultimo incontro con Lucia invece è stato in ospedale a Piacenza, a trovare l’amico Pippo, con gli occhi lucidi come tutte le mamme, come tutte le persone di cuore. Di lei mi resta il ricordo di tanti gesti d’affetto riservati a me e in particolare a Eletta (che è pur sempre una “furesta”, una forestiera), un affetto assoluto e gratuito esternato ad ogni incontro. Sorrido ricordando una volta in cui ero nell’orto con i miei genitori e mia moglie: a un certo punto ci siamo voltati ed Eletta non c’era più. L’ho ritrovata nella cucina della Lucia mentre, incitata da lei e dal Cià (Giovanni), cercava di mangiare una razione per quattro persone di budino al cioccolato con i biscotti (ovviamente, già che c’ero, l’ho aiutata a finire…). Della Lissìa mi resta un piccolo rimpianto, racchiuso in una scatola di caffè di quelle di ferro, che avevamo comprato quest’estate per accettare un suo invito senza arrivare a mani vuote. Proprio quel caffè che per lei era il benvenuto da offrire a chiunque si presentasse alla sua porta. Il rimpianto è di non essere riusciti ad andare per mancanza di tempo e di non aver più recuperato quella visita.

Di solito non mi sento tanto saggio da permettermi di elargire consigli, ma questa volta farò un’eccezione. Se pensate a una persona che non sentite da tempo, se avete la possibilità di incontrarla o chiamarla al telefono (per i più giovani i mezzi per comunicare sono tanti), non aspettate, non rimandate. Fatelo e basta. Chiamate, scrivete. E non lo dico perché sono pessimista, anzi. Lo dico perché secondo me così si vive meglio, e spesso sono proprio sufficienti cinque minuti del nostro tempo. Così poco per avere in cambio così tanto: un’amicizia, un affetto che si rafforza, sorrisi, momenti per stare insieme.

Perri e la Lissìa se ne sono andati, e all’inizio del nuovo anno li ha seguitianche Angelo Peirano di Rapallo. A molti di noi il suo nome dice poco o niente, ma per tanti anni è stato a Cattaragna insieme a noi, e prima ancora qualcuno lo ricorda dai tempi in cui si andava a raccogliere le olive. Lo conosciamo tutti, solo che l’abbiamo sempre chiamato “il marito della Pierina (Calamari)”. Sono contento di scrivere di lui perché credo che tutti lo ricordiamo per la sua mitezza, per la sua presenza delicata e i suoi modi gentili, quasi non volesse mai disturbare. E mi colpisce come anche queste presenze discrete lascino un segno del loro passaggio. E lo stesso senso di vuoto, altrettanto persistente e malinconico di chi ci ha attraversato la vita in modo più rumoroso.

Se ne sono andati, lasciando, come chi li ha preceduti, cari ricordi a mitigare quel senso di assenza che a volte preme forte sul petto e lascia che il dispiacere sgorghi come acqua, come in quei canali che quest’inverno sbucavano in cascate bianche da ogni piega spigolosa delle nostre montagne, carichi di pioggia persistente e sfrontatezza.

È stato un inverno strano a Cattaragna. Quello del “minimo storico”: mai così poche persone erano rimaste a popolarne le case, le “tramëse”, le stradine fin troppo silenziose. Mai così pochi camini hanno pennellato di fumo bianco quella porzione di cielo che così ben conosciamo e che pensiamo con nostalgia nella nostra frenetica vita di città. Difficile dire se questo spopolamento sia davvero un fenomeno irreversibile. Con tutto questo pianificare, progettare, faccio fatica a guardare oltre a un orizzonte più lungo di qualche giorno o di qualche settimana. Quello di cui sono sicuro, ciò in cui confido per il bene del mio paese e mio personale, è che, pur svuotandosi in certi periodi, come un mammifero che si addormenta nel letargo invernale, il paese sia vivo e che continui ad esserlo, risvegliandosi ad ogni primavera.

A testimoniare questa affermazione, resa concreta dalla scelta di tanti, ci sono le macchine che durante i fine settimana svoltano a sinistra al bivio di tre-bis, scalando tutte le marce possibili, e le attività del Circolo che coinvolgono tanti, sia nell’organizzazione che nella partecipazione agli eventi: la seconda edizione della marcia non competitiva, prevista per il 22 giugno; la sagra di Sant’Anna sabato 26 luglio, allietata dal suono di una buona fisarmonica e da prelibatezze di ogni tipo; la terza “festa sotto le stelle di…pinte”, la sera di mercoledì 13 agosto; e tanti altri piccoli e grandi momenti per ritrovarci insieme a tutti coloro che vorranno trascorrere qualche ora felice e rilassante a Cattaragna, approfittando dell’occasione per affacciarsi sulla Val d’Aveto da una posizione privilegiata come la nostra terrazza.

Così, al prossimo inverno, non ci sarà solo il vento e il silenzio a riempire i vuoti delle nostre “tramëse”: le attraverserà, riscaldandole, anche l’eco della festa e della moltitudine, dei nuovi arrivi e dei ritorni, degli abbracci fraterni.

Dei ricordi, sia quelli vecchi che i nuovi, quelli che ci apprestiamo a costruire insieme.

 

Buona Pasqua a tutti.

 

Maurizio Caldini

Passaggio di testimone

21 marzo 2013

Un nuovo anno inizia. E’ giusto guardare avanti: la quotidianità che ci aspetta ogni mattina, nuovi progetti a cui pensare, quello che potremo o non potremo fare. Il 2012 è finito da qualche tempo, i bilanci li abbiamo già conclusi e probabilmente abbiamo accantonato i dodici mesi ormai trascorsi, tenendoci qualche immagine ancora fresca per i ricordi di domani. A Cattaragna l’anno si è chiuso con un altro lutto, qualcuno se n’è andato e in questo nuovo anno sarà un altro volto che non rivedremo, e cambierà l’idea di Cattaragna che abbiamo in mente. Perché è vero che un paesino sulle montagne è fatto dalle sue case, dagli angoli che conosciamo, dai suoi boschi, le rocce, da ogni luogo che risveglia in noi i ricordi di una vita: ma soprattutto una piccola comunità è composta da persone, e sono le persone a rendere preziosa la comunità stessa e ad arricchire la sua memoria collettiva.

Pipàna

Pipàna

 Vorrei ricordare Giuseppe Cervini, “Peppino” o “Pipàna” come lo abbiamo sempre chiamato, che se n’è andato (o, come diciamo noi Alpini, “è andato avanti”) nel periodo di Natale. Non vorrei che queste righe fossero un ricordo postumo o un necrologio. Credo che però sia giusto ricordarlo per quello che ha rappresentato per tanti anni, insieme alla moglie Caterina, per tutti noi e non solo.

Fino a un paio di lustri fa, l’osteria è stata il centro del paese, il punto d’incontro per tutti. Parlo dei tempi in cui le nostre madri e le nostre nonne andavano a fare spesa nello spaccio, là dove c’era un po’ di tutto, una disposizione degli articoli in vendita che sicuramente aveva un senso, ma che a me è sempre sfuggito: merce disposta in gran parte sugli scaffali dietro il bancone, qualche pila di roba a terra, come le cassette di frutta o altro, un frigorifero grande e sempre spento, messo lì come una credenza a contenere le stecche delle sigarette; la tapparella abbassata che, anche d’estate in pieno pomeriggio, lasciava la stanza in penombra e al fresco. Poi la bilancia a due piatti con i pesi di metallo, l’affettatrice.
E poi l’osteria, gli stessi ambienti delle foto del matrimonio dei miei genitori nel ’67: il bancone di legno, i tavoli per giocare a carte, quello in fondo, oltre l’angolo della stufa a legna, con la tovaglia di plastica a fiori. Prima o poi racconterò la storia di un pomeriggio di Santo Stefano, un pomeriggio in cui quel tavolo con la tovaglia a fiori è stato assoluto protagonista. Quanti anni abbiamo passato all’osteria, oppure fuori, seduti sul muretto dell’arbio o sui travi! Quando andavamo a Cattaragna dalla città, non eri veramente “arrivato su” se non eri andato a fare un giro all’osteria “a vedere chi c’è”.

E all’osteria c’erano sempre la Caterina e Peppino, che avevano anche l’unico telefono del paese. D’estate, in una cabina talmente ermetica che, se chiudevi bene la porta, avevi una manciata di minuti di autonomia, prima di perdere conoscenza per un principio di soffocamento. Forse era una scelta ponderata, perché le sere d’estate la coda per telefonare era lunga e le chiamate dovevano essere brevi. Nelle altre stagioni, per telefonare andavi in casa al piano di sopra, suonavi il campanello, e di solito era sempre ora di cena. Ma Peppino e la Caterina ti accoglievano sempre con un sorriso, lasciavano il posto a tavola (magari la minestra ancora calda) e ti facevano chiamare. Poi c’erano i gelati per tutta l’estate, e ai Santi qualcosa da finire dell’ultima fornitura, anche se era necessario sapersi accontentare. Ma allora eravamo ancora capaci. Peppino non aveva il carattere tipico per fare l’oste: diffidente con il forestiero, almeno per il primo o il secondo incontro, a volte di poche parole, spesso molto pratico ed essenziale. Ovviamente tutto il contrario della Caterina, in una legge non scritta di compensazione che evidentemente funziona sempre. Forse era proprio questo suo modo di essere a caratterizzare meglio il personaggio, perché se fai l’oste sei un personaggio pubblico a tutti gli effetti. E questo suo modo di fare, le battute spesso inconsapevoli, hanno generato una serie di aneddoti che hanno accompagnato le serate di quelli della mia generazione fino ad oggi, e credo che ce li racconteremo divertiti anche in futuro.

Ecco, nel mezzo di un dolore così grande come il distacco, penso ci sia consolazione nell’idea che un nostro congiunto sia ricordato con un sorriso anche negli anni a venire. Certo, d’ora in avanti ci sarà una punta di malinconia, in fondo ai nostri racconti o alle imitazioni dei momenti più divertenti che abbiamo vissuto, o che riportiamo da racconti di altri. Però non sarà una presa in giro irrispettosa: sarà un modo per tornare a quei momenti, a un divertimento puro e innocente, a un passato che ci teniamo nel cuore perché accende il ricordo dei nostri anni più belli. Personalmente, di Peppino mi tengo anche qualche sguardo rubato degli ultimi anni, un gesto di delicatezza rivolto a uno dei suoi piccoli e adorati pronipoti: quando quelle “manone” adatte più per “‘u piccu”, il piccone, oppure “pr’u sighirein”, per l’ascia, o per “‘a sàppa”, la zappa, per qualche istante sono diventate piuma, per distribuire delicatezza e affetto.

Quando l’osteria ha chiuso, ormai una decina d’anni fa, onestamente pensavo fosse il segno di un declino irreversibile per Cattaragna. Ricordo una notte di San Silvestro, proprio a mezzanotte, con la neve fresca per la strada. Eletta ed io, allora fidanzati, con la bottiglia di spumante appena stappata e i bicchieri, attraversavamo il paese gridando “buon anno!” e non c’era nessuno, e le uniche orme sulla neve erano le nostre.

Poi è successo qualcosa, qualcuno ha avuto la voglia e il coraggio di “mettersi in moto”, e oggi ho il privilegio di raccontarvi che cosa facciamo al circolo, come è bello avere un posto dove ritrovarci, il fatto che “non sei veramente arrivato a Cattaragna se non vai a fare un giro al circolo a vedere chi c’è.” Negli anni tra il 1928 e il 1930 circa, quando erano in costruzione la diga di Boschi e la centrale di Ruffinati, di osterie in paese ce n’erano addirittura tre, sembra impossibile anche solo a raccontarlo; settant’anni dopo abbiamo appreso con tristezza la notizia che l’ultima avrebbe chiuso; oggi ci affacciamo sull’anno appena iniziato pensando alle attività dell’estate al circolo, alla marcia dedicata a Giancarlo, un altro amico che, insieme a Ricchëin e Peppino, l’anno scorso ci ha salutato per l’ultima volta.

Tutti ci lasciano un’eredità, che possiamo scegliere di accettare o rifiutare: portare avanti la vita del paese, che è fatta dalle esistenze di ognuno; trasmettere il ricordo di chi non c’è più a chi è arrivato dopo, a chi non ha vissuto gli anni che abbiamo vissuto noi. Ma questo testimone che, pensando proprio al circolo, ci è stato passato in particolare da Peppino, non deve essere vissuto come un peso o una responsabilità: dev’essere percepito come un dono, un’occasione per arricchirci come individui, esseri umani tra gli esseri umani, nel senso pieno del termine, generando momenti di aggregazione, gioia di stare insieme, far nascere la voglia e il coraggio di andare avanti in quelli che verranno dopo di noi.

Nel nostro paese. A Cattaragna.

Maurizio Caldini

[Pubblicato su Montagna Nostra nr. 1 / 2013]

Ciao Gian

10 giugno 2012

Ciao Gian ti ricorderemo appassionato come sempre, ci mancherai